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Quanta acqua consuma un centro dati

Creiamo modelli che semplificano il tuo flusso di lavoro e offrono risultati concreti

La rapida espansione dell’intelligenza artificiale è legata a una realtà fisica: una domanda d’acqua impressionante, pari a miliardi di litri, necessaria per raffreddare i server e produrre i chip. Questo articolo indaga il vero costo ambientale della rivoluzione digitale.

La sete digitale: gli impianti idraulici della rivoluzione dell’IA

Ci siamo abituati a considerare il «cloud» come un regno astratto e incorporeo, uno spazio in cui le informazioni esistono indipendentemente dal mondo fisico. Quando invii un prompt a un’IA, non interagisci con un fantasma dentro una macchina: interagisci con una vasta infrastruttura industriale che si estende su più continenti. Questa infrastruttura si basa sugli stessi elementi concreti e limitati che sostengono ogni forma di vita: terra, energia e, soprattutto, acqua.

Mentre la corsa all’oro dell’intelligenza artificiale accelera, ci troviamo di fronte a un paradosso. Stiamo scommettendo il nostro futuro economico su una tecnologia intrinsecamente legata a risorse idriche sempre più fragili. I dati recenti dell’Università delle Nazioni Unite (UNU), pubblicati a giugno 2026, rivelano che entro il 2030 i centri dati globali che alimentano l’IA dovrebbero consumare 945 terawattora di elettricità. La loro impronta idrica complessiva equivarrà al fabbisogno idrico domestico annuale di base di tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana. Per comprendere la reale impronta ambientale di questa crescita, dobbiamo andare oltre l’entusiasmo e analizzare il boom dei centri dati per l’IA con lucido rigore.

Parte I: I meccanismi della sete industriale

Per capire perché i centri dati competono improvvisamente con i comuni per l’acqua, occorre innanzitutto capire perché la usano. Non è per bere né per i servizi igienici; è, letteralmente, una strategia di dissipazione del calore.

La fisica della dissipazione del calore

I moderni server per l’IA, in particolare quelli che utilizzano GPU di fascia alta come NVIDIA H100 o i suoi successori, funzionano con densità di potenza estreme. Un singolo rack di server può assorbire da 50 a 100 kilowatt di potenza. In un normale edificio per uffici, potrebbe bastare ad alimentare un intero piano; in un centro dati, è concentrata in pochi metri quadrati. Se non si allontana questo calore, i gate al silicio dei chip si deteriorano in pochi secondi, causando un guasto catastrofico.

Il metodo più efficiente per rimuovere questo calore è il raffreddamento evaporativo. Facendo scorrere l’acqua su una superficie, spesso una struttura a nido d’ape in una torre di raffreddamento, e facendovi passare dell’aria, l’acqua evapora. Questo cambiamento di fase assorbe enormi quantità di energia termica. È una soluzione elegante dal punto di vista fisico ed economica. Tuttavia, comporta anche un consumo elevato. Poiché l’acqua si trasforma in vapore, viene sottratta completamente al bacino idrografico locale.

Il compromesso: acqua o elettricità

Nella progettazione dei data center esiste una tensione fondamentale: il compromesso tra acqua ed energia. Se un gestore vuole abbandonare il raffreddamento evaporativo, che consuma molta acqua, deve ricorrere alla refrigerazione meccanica (chiller). Questo processo richiede molta energia. Di conseguenza, in molte parti del mondo, risparmiare un gallone d’acqua significa dover consumare molta più elettricità. Se l’elettricità è prodotta da una centrale a carbone o a gas naturale, il consumo idrico indiretto, cioè l’acqua necessaria a raffreddare la centrale, potrebbe addirittura superare il risparmio ottenuto nel data center. È questa la «trappola delle risorse» che rende così difficile interpretare semplici indicatori di sostenibilità come il Water Usage Effectiveness (WUE) senza un’analisi completa dell’intera rete elettrica.

Quanta acqua consuma davvero un data center?

Non esiste un unico valore, perché i data center variano per forma e dimensioni, ma ecco come si suddividono in base alla scala:

  • Strutture di medie dimensioni: una struttura tipica consuma circa 300.000 galloni al giorno. È una quantità d’acqua sufficiente a rifornire circa 1.000 abitazioni medie

  • Grandi campus «hyperscale»: questi enormi complessi possono consumare da 1 a 5 milioni di galloni d’acqua al giorno. Per dare un’idea, si tratta del consumo idrico giornaliero di una cittadina di piccole o medie dimensioni, con fino a 50.000 abitanti

  • Nel 2026, si stima che il settore globale dei data center consumi quasi 3.000 miliardi di litri d’acqua all’anno, una cifra destinata a crescere rapidamente man mano che i modelli di IA diventano più potenti e richiedono sistemi di raffreddamento più intensivi

Fonte: Mordor Intelligence: dimensioni del mercato dei consumi idrici dei data center e previsioni di crescita

Parte II: il problema della contabilità del ciclo di vita

Il dibattito sulla «efficienza idrica» dell’IA dipende spesso da cosa si include nel calcolo. Come abbiamo osservato in precedenza, il «cucchiaino per query» di Sam Altman è tecnicamente corretto, così come è tecnicamente corretta la cifra di «mille miliardi di litri entro il 2028». La differenza tra le due non è una bugia: dipende dai confini scelti per il calcolo.

Il debito di addestramento

La maggior parte degli indicatori rivolti ai consumatori ignora il «debito di addestramento». Per creare un modello come GPT-4 o i suoi successori, migliaia di GPU funzionano ininterrottamente per mesi. Non si tratta di un costo fisso, ma di un enorme picco concentrato di consumo di energia e acqua. Quando consideriamo il consumo idrico di una query IA, dobbiamo chiederci: questa query si fa carico del massiccio processo di addestramento da cui è nato il modello?

Se si divide il consumo totale di acqua per l’addestramento per il numero previsto di query nell’intero ciclo di vita, l’impatto per query è ridotto. Ma se il modello viene usato meno del previsto, o se viene rilasciata una nuova versione ogni sei mesi (rendendo «obsoleto» il modello precedente), il costo di addestramento per query schizza alle stelle. Il settore è attualmente intrappolato in una «corsa al calcolo», in cui il continuo riaddestramento dei modelli comporta un consumo massiccio e perpetuo di risorse.

Il costo di fabbricazione

Si parla raramente dell’impronta idrica degli stabilimenti di fabbricazione dei semiconduttori («fab»). Questi impianti sono forse i siti industriali con il maggior consumo idrico al mondo. Per produrre un chip di fascia alta serve acqua ultrapura (UPW), privata di ogni minerale, particella e ione. Questo è strettamente legato alla catena di approvvigionamento dei semiconduttori e ai monopoli dell’IA, in cui i colli di bottiglia nella produzione di chip rispecchiano i vincoli che osserviamo nella gestione delle risorse fisiche.

Parte III: la crisi geopolitica e locale della localizzazione

L’acqua non è come gli elettroni. È possibile trasmettere elettricità per centinaia di chilometri con perdite relativamente contenute, ma trasportare acqua è proibitivamente costoso e ad alto consumo energetico. L’acqua è intrinsecamente locale. Per questo, la localizzazione dei centri dati è oggi la decisione politica più importante nel settore tecnologico.

Il problema della localizzazione «stupida»

Costruire un centro dati in una regione come il sud-ovest degli Stati Uniti, caratterizzata da una siccità strutturale di lungo periodo e da falde acquifere sovrasfruttate, è un esempio di cattiva gestione delle risorse. Quando si costruisce un campus hyperscale in una regione in cui gli agricoltori locali sono costretti a lasciare i campi incolti a causa delle restrizioni idriche, le tensioni sociali sono inevitabili.

Nel 2025 Ceres ha riferito che la crescita dei centri dati potrebbe aumentare fino al 17% annuo lo stress idrico nei bacini già sotto pressione, con picchi ancora più elevati nelle stagioni di punta. Non si tratta solo di una questione ambientale: è un fallimento strutturale dei principi dell’economia circolare, per cui il settore privilegia la rapidità di accesso al mercato rispetto alla sostenibilità dell’ecosistema regionale.

Il modello di localizzazione «buono»

Si pensi invece al Pacifico nord-occidentale o al Nord Europa. In queste regioni, le abbondanti precipitazioni e le temperature ambientali più basse consentono il «raffreddamento gratuito». Utilizzando l’aria esterna o fonti d’acqua vicine, queste strutture possono fare completamente a meno delle torri evaporative. I giganti della tecnologia ne sono consapevoli: l’espansione di Microsoft in Canada e quella di Google nei Paesi nordici sono risposte chiare alle critiche legate allo stress idrico. L’obiettivo è portare la capacità di calcolo alla risorsa, anziché la risorsa alla capacità di calcolo.

Parte IV: il «greenwashing» della neutralità idrica

La risposta attuale del settore allo stress idrico è la «positività idrica». L’obiettivo dichiarato è che entro il 2030 queste aziende reintegrino più acqua di quanta ne consumino. È un obiettivo nobile, ma anche complesso, che spesso si basa su «crediti di reintegro».

Che cos’è il reintegro dell’acqua?

Il reintegro dell’acqua consiste nel finanziare progetti che ripristinano le zone umide, rimuovono le specie invasive che consumano grandi quantità d’acqua o ammodernano i sistemi di irrigazione urbana per prevenire le perdite. Questi progetti aiutano sicuramente l’ambiente. I critici, tuttavia, sostengono che non risolvano il problema a livello locale. Se un data center in una cittadina dell’Arizona colpita dalla siccità «reintegra» l’acqua finanziando un progetto per una zona umida in un altro Stato, o persino in un’altra parte dello stesso Stato, la falda acquifera locale continua a essere sovrasfruttata.

La positività idrica è spesso un espediente contabile, non una soluzione concreta. È un modo per le aziende di ridurre i rischi per la propria reputazione senza modificare in modo significativo le proprie attività locali. Una vera sostenibilità richiederebbe che il settore adottasse sistemi a ciclo chiuso e acque reflue riciclate come standard obbligatorio per tutte le nuove costruzioni.

Parte V: il confronto con l’agricoltura e l’industria

Se vogliamo parlare onestamente dell’acqua, non possiamo considerare l’IA l’unica «assetata» del mondo moderno. Se confrontiamo il suo consumo con quello del settore agricolo, i numeri ci riportano con i piedi per terra.

La costruzione di data center sta avvenendo a un ritmo che probabilmente supererà quello della transizione verso l’energia verde. Se ipotizziamo una crescita in linea con le previsioni del settore stesso, con un aumento della domanda di energia dal 300% al 400%, avremo bisogno di più centrali elettriche. Ecco perché la strategia di Microsoft per l’IA e il lock-in delle aziende è così incentrata sull’assicurarsi energia di base: di fatto, «vincolano» la durata di vita delle centrali a combustibili fossili perché hanno bisogno di una potenza costante, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che il solare e l’eolico, senza enormi sistemi di accumulo a batteria, faticano attualmente a garantire.

Lo scandalo dell'etanolo da mais

Come già osservato, l'impronta idrica dell'irrigazione della produzione di mais negli Stati Uniti è pari a decine di migliaia di miliardi di galloni l'anno. Una parte significativa viene impiegata per produrre etanolo, un additivo per carburanti destinato alla combustione nei motori. Se la si considera in un'ottica di «utilità delle risorse», è difficile giustificarla. Di fatto, vaporizziamo enormi quantità di acqua dolce per sostenere un sistema di carburanti industriale, esprimendo al contempo allarme per il consumo idrico di una tecnologia che, almeno in teoria, è pensata per risolvere problemi globali complessi.

Lo spreco d'acqua degli acquedotti

Usiamo anche migliaia di miliardi di galloni d'acqua degli acquedotti per irrigare i prati. Manteniamo enormi distese di erba non autoctona in ambienti desertici, pagando tariffe agevolate per il privilegio. Se una comunità deve imporre restrizioni sull'acqua, si dovrebbe sostenere che la gerarchia delle necessità dovrebbe dare priorità ai dati che alimentano l'economia globale e la ricerca scientifica rispetto alla manutenzione estetica dei prati suburbani. Tuttavia, poiché i centri dati sono grandi, invisibili e «industriali», diventano il capro espiatorio perfetto per il malcontento politico locale.

Parte VI: L'imminente crisi energetica

Forse la conclusione più significativa emersa dal dibattito recente è che, sebbene l'acqua sia la paura più evidente, l'energia rappresenta la minaccia più sistemica.

La costruzione di centri dati procede a un ritmo che probabilmente supererà quello della transizione alle energie verdi. Se prendiamo per buone le stesse previsioni di crescita del settore, con un aumento della domanda energetica del 300%-400%, avremo bisogno di più centrali elettriche. Se queste centrali non saranno alimentate da fonti rinnovabili, l'impronta idrica indiretta risultante supererà di gran lunga l'attuale impronta diretta delle torri di raffreddamento.

Ci troviamo di fronte a un futuro in cui l'industria dell'IA sta di fatto «prolungando» la vita delle centrali a combustibili fossili, perché ha bisogno della fornitura costante di energia di base, 24 ore su 24, che al momento solare ed eolico faticano a garantire senza un enorme stoccaggio in batterie. Questa è la vera battaglia politica: non solo quanta acqua usa la torre di raffreddamento, ma quanto carbone e gas bruceremo per tenere accesi i cluster di addestramento dell'IA.

Parte VII: Agenzia, bolla e futuro

Stiamo assistendo a una scommessa colossale, da migliaia di miliardi di dollari, sul futuro dell'IA. Le aziende che costruiscono questi centri dati partono dal presupposto che la domanda di capacità di calcolo non si limiterà a crescere, ma esploderà.

Il rischio della bolla

Esiste il rischio concreto che questa enorme espansione si basi su una bolla. Se il valore economico dell’IA generativa non si concretizzerà rapidamente come sperano gli investitori, se i «modelli di ragionamento» raggiungeranno un punto morto o se i costi delle infrastrutture si riveleranno troppo alti rispetto ai ricavi, ci ritroveremo con milioni di metri quadrati di torri di raffreddamento e server, di fatto beni inutilizzati. Avremo consumato l’acqua e costruito gli impianti, solo per scoprire che l’«intelligenza» alla fine della catena non è rivoluzionaria come promesso.

Non dobbiamo restare spettatori passivi di questa trasformazione.

  1. I comuni dovrebbero approvare leggi urbanistiche che vietino i centri dati con sistemi di raffreddamento ad alta evaporazione nei bacini idrici sotto stress

  2. Abbiamo bisogno di un quadro normativo che imponga alle aziende di rendicontare il consumo idrico, le fonti di approvvigionamento e la qualità degli scarichi in un formato standardizzato e pubblico

  3. I governi possono offrire agevolazioni fiscali e sostegno alle infrastrutture per i centri dati che costruiscono impianti di riciclo propri, trasformandoli di fatto in impianti di depurazione dell’acqua per la città

  4. Dovremmo spingere il settore a passare al calcolo ad alta temperatura (che riduce il bisogno di raffreddamento) e al raffreddamento a immersione (che elimina il consumo d’acqua)

Una via da seguire ponderata

Dire che «l’IA sta distruggendo le nostre risorse idriche» è una grossolana semplificazione. Affermare che «il consumo idrico dell’IA è un mito» è una menzogna altrettanto pericolosa. La verità sta nel mezzo: l’IA è un nuovo, enorme e permanente attore industriale in un mondo in cui l’acqua sta diventando la merce più preziosa del XXI secolo.

Abbiamo le capacità tecnologiche per costruire infrastrutture per l’IA efficienti, a impatto idrico nullo e integrate nelle economie circolari. Ciò che ci manca è la volontà politica di imporre questi standard. Per troppo tempo abbiamo lasciato che fosse il settore a definire i propri criteri di rendicontazione e le proprie priorità nella scelta dei siti.

La rivoluzione digitale sta cambiando ogni cosa. Sta trasformando il nostro mercato del lavoro, la nostra produzione scientifica e la nostra arte. Ma non deve compromettere la sopravvivenza delle nostre comunità. Dobbiamo esigere che il nostro futuro digitale non venga costruito a scapito dei nostri bisogni umani più fondamentali. Abbiamo bisogno della potenza di calcolo, ma dobbiamo anche proteggere l’acqua del rubinetto. I byte sono potenti, ma le gocce sono insostituibili. Guardando alle proiezioni per il 2030, assicuriamoci di costruire infrastrutture che favoriscano il benessere umano, anziché prosciugarlo. Abbiamo i dati; ora ci serve la saggezza per agire di conseguenza.

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